Ottocento miliardi di dollari all’anno entro il 2030: è quanto i sindaci dei paesi del G20 hanno chiesto per l’azione climatica nelle città. Le banche multilaterali di sviluppo, in sette anni, ne hanno messi 62 in totale. È questa la distanza che fa da sfondo al roundtable di alto livello «Scaling Sustainable Investment in Cities: The Role of DFIs», durante il quale sindaci e istituzioni finanziarie per lo sviluppo si sono incontrati per discutere come aumentare il sostegno agli investimenti in infrastrutture urbane resilienti. L’incontro si è tenuto lo scorso 17 aprile durante le Riunioni di Primavera della Banca Mondiale, come documenta l’annuncio pubblicato dal Global Covenant of Mayors. A quattro mesi di distanza, il paradosso non è risolto.

L’incontro cadeva nell’anno in cui EBRD Green Cities compie dieci anni, come ha ricordato Mark Bowman, vicepresidente per le politiche e i partenariati della Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo. Un anniversario che, da solo, non sposta i numeri.

Il paradosso degli 800 miliardi

Il quadro degli impegni è ambizioso. Alla COP30 di Belém, a novembre 2025, i paesi hanno concordato un pacchetto per aumentare i finanziamenti climatici e accelerare l’attuazione dell’Accordo di Parigi, compresa la decisione di triplicare i finanziamenti per l’adattamento entro il 2035, come riporta la sintesi delle Nazioni Unite. Già nel novembre 2024, i sindaci dei paesi del G20 avevano chiesto almeno 800 miliardi all’anno in investimenti pubblici per l’azione climatica nelle città entro il 2030, secondo la richiesta formalizzata dal Global Covenant of Mayors.

Poi si guardano i numeri effettivi, e il divario appare netto. Nel periodo di sette anni preso in esame, le banche multilaterali di sviluppo hanno fornito collettivamente 62 miliardi di dollari in finanziamenti climatici urbani, su un totale di 287 miliardi di dollari investiti complessivamente in finanziamenti climatici. Lo certifica lo studio della Climate Policy Initiative e della Cities Climate Finance Leadership Alliance, che parla esplicitamente di un deficit significativo di finanziamenti per i progetti climatici urbani. In pratica, 62 miliardi spalmati su sette anni contro 800 miliardi richiesti ogni anno. Non è una questione di decimali: è un ordine di grandezza diverso.

I tre piani non vanno confusi. La decisione di triplicare l’adattamento è un’intesa politica presa a Belém; la richiesta degli 800 miliardi è una sollecitazione dei sindaci ai governi nazionali e alle istituzioni finanziarie per lo sviluppo; i 62 miliardi dello studio CPI sono l’attuazione reale. C’è chi annuncia, chi chiede e chi finanzia: per ora i tre ruoli non convergono. Eppure il punto non è se questi progetti siano redditizi: i dati disponibili suggeriscono il contrario.

Il parco che rende 26 volte

L’antidoto al divario non è astratto. Esiste già, in Cile. A Renca, il Parque Metropolitano Cerros de Renca ha un ritorno stimato di 26 dollari per ogni dollaro investito nel sistema di irrigazione: lo ha spiegato il sindaco Claudio Castro, intervenendo al roundtable dello scorso aprile. Non è una promessa futura: è una valutazione economica su un progetto concreto.

E non è un caso isolato. Il programma EBRD Green Cities, nel frattempo, è cresciuto fino a comprendere 60 città in tre continenti, migliorando la qualità dell’aria, riducendo le emissioni e modernizzando le infrastrutture per oltre 80 milioni di persone, secondo i numeri diffusi lo scorso giugno dal programma stesso. Dieci anni di lavoro, un impatto misurabile su decine di milioni di residenti. Eppure la scala resta lontana da quella richiesta.

Se un parco rende 26 volte l’investimento e un programma di finanza urbana copre già 60 città su tre continenti, cosa impedisce di replicare questi progetti su scala globale? La risposta non sta nei rendimenti. Il problema non è la redditività: è la scala.

Chi aspetta gli 800 miliardi

Il nodo è di scelta politica, non di tecnica. Alla COP30 di Belém è stata presa la decisione di triplicare i finanziamenti per l’adattamento entro il 2035; i sindaci del G20 avevano fissato la soglia degli 800 miliardi all’anno entro il 2030. Eppure i capitali urbani restano marginali: 62 miliardi in sette anni, dentro un totale di 287. Per le città che devono adattare le infrastrutture e per le imprese che dovrebbero realizzare i progetti, la domanda resta identica: con quali risorse e con che tempi?

A quattro mesi dal roundtable della Banca Mondiale, la questione non è più se i progetti rendano. Il parco di Renca dice che rendono, e parecchio. Il paradosso è tutto qui: sappiamo che certi progetti rendono, conosciamo i numeri, eppure il capitale pubblico non scala. La questione è chi finanzierà il salto dai 62 miliardi in sette anni agli 800 miliardi all’anno chiesti dai sindaci. Finora, nessuno ha risposto.