Il piano è volontario e non prevede sanzioni per i paesi che non lo applicano
Diciassette priorità strategiche, ottantacinque azioni, un processo di consultazione esteso e inclusivo. E zero obblighi. Il Piano d’Azione Globale per la trasformazione zootecnica, approvato dalla FAO lo scorso 24 luglio, include 17 priorità strategiche e 85 azioni per trasformare il settore. Ma è volontario, non vincolante e guidato dai paesi.
Ottantacinque azioni, zero obblighi
Il comunicato della FAO insiste sulla natura inclusiva del percorso. Il piano è stato sviluppato in modo partecipativo, attraverso un processo di consultazione esteso e inclusivo che ha coinvolto i Membri e le parti interessate. Detto altrimenti: tutti hanno potuto parlare, nessuno è tenuto a fare. È la differenza tra un atto di indirizzo e una regola con conseguenze. Qui non ci sono scadenze vincolanti, non ci sono sanzioni, non ci sono obblighi di rendicontazione per i paesi. La FAO lo definisce rilevante per tutti gli stakeholder del settore, ma la rilevanza senza conseguenze somiglia molto a un auspicio.
La domanda, a questo punto, non è tecnica. È politica: chi ha spinto per un formato così debole? E chi ci guadagna davvero?
Chi perde, chi guadagna
Il piano non nasce nel vuoto. Dietro c’è una storia di pressioni e di dati scomodi. Già nel 2023, secondo un’inchiesta di The Guardian, la pressione delle lobby agricole aveva portato la FAO a sottovalutare il ruolo del bestiame nell’aumento delle temperature globali. È il contesto in cui il nuovo piano si inserisce, ed è il motivo per cui le sue debolezze non sembrano un dettaglio tecnico, ma un tratto costitutivo.
Un capitolo utile è quello della Dichiarazione di Dublino. Secondo gli scienziati dell’Università di Bath, la Dichiarazione di Dublino generalizza prove che si applicano solo al 2% del bestiame globale e non riconosce i gravi danni associati alla produzione e al consumo di carne ai livelli attuali. E i numeri sul consumo raccontano il resto: oltre il 75% della carne viene consumata nei paesi ad alto e medio-alto reddito. Tradotto: il sistema attuale non risponde alla domanda dei piccoli allevatori, ma ai consumi concentrati di una minoranza ricca.
Se il piano è volontario, chi lo trasformerà in azioni concrete?
Dai progetti GEF ai piani nazionali
La risposta, per ora parziale, potrebbe arrivare non dagli obblighi ma dai soldi. Il cluster zootecnico del GEF-8 Food Systems Integrated Program, che comprende 18 progetti nazionali, utilizza il GPA come base comune per collegare la trasformazione zootecnica agli impegni nazionali — NDC, NAP, NBSAP — nell’ambito degli accordi ambientali globali. In pratica, chi vuole accedere ai finanziamenti del GEF per i sistemi alimentari trova nel piano un riferimento concreto, anche senza un mandato formale.
La FAO, dal canto suo, incoraggia i paesi membri a sviluppare o adattare piani d’azione nazionali che riflettano i propri contesti, esigenze e priorità. Il controllo, per come è disegnato oggi, è affidato al Sottocomitato FAO per il bestiame, che rivedrà periodicamente i progressi e formulerà raccomandazioni. Ma una raccomandazione non è un giudizio, e un rapporto periodico non è un meccanismo di sanzione. Resta da vedere se questa revisione produrrà pressione reale o solo un altro documento da archiviare.
La domanda non è se il piano esiste, ma se i paesi con i consumi più alti sceglieranno di applicarlo davvero — e chi lo controllerà. Se la risposta è «nessuno», il rischio è l’ennesima dichiarazione senza denti.




