La sospensione del trattato del 1960 aggrava la crisi idrica pakistana e minaccia specie già in pericolo.
Per 65 anni il Trattato delle Acque dell’Indo ha resistito a guerre, sanzioni e crisi diplomatiche. Dall’aprile dell’anno scorso, però, l’India mantiene in sospensione il Trattato delle Acque dell’Indo del 1960, violando di fatto un accordo internazionale. E la rottura non è più soltanto una questione di sicurezza idrica tra due stati: se il flusso del fiume dovesse ridursi o fermarsi, a pagarne il prezzo sarebbero anche circa 2.000 delfini d’acqua dolce in via di estinzione e milioni di uccelli migratori che ogni anno attraversano l’Indus Flyway, una delle rotte migratorie più importanti del pianeta.
Una tregua infranta dopo 65 anni
Il patto, mediato dalla Banca Mondiale nell’arco di nove anni, è sopravvissuto a ogni conflitto tra India e Pakistan per 65 anni. Già nel 2019 l’India era arrivata vicina a sospenderlo, per poi fare marcia indietro. La differenza, stavolta, è che la decisione è diventata effettiva.
Il 23 aprile del 2025 l’India ha annunciato che il trattato sarebbe rimasto in sospeso con effetto immediato, fino a quando il Pakistan non avesse rinunciato in modo credibile e irrevocabile al sostegno al terrorismo transfrontaliero. La condizione non riguarda la gestione dell’acqua, ma la sicurezza nazionale: ed è esattamente questo il punto. Un accordo sull’acqua è stato congelato con un linguaggio da conflitto. Non è una lite su quote e canali: è una misura di pressione unilaterale.
Chi perde quando l’acqua si ferma
La prima conseguenza è idrica, e non è astratta. Gli esperti avvertono che anche una piccola deviazione o blocco del flusso dell’acqua potrebbe danneggiare il Pakistan, soprattutto durante la stagione invernale. Il problema di fondo è infrastrutturale: il Pakistan non dispone dei bacini idrici necessari per immagazzinare abbastanza acqua da affrontare una crisi se l’India riuscisse davvero a fermare il flusso dei fiumi del bacino dell’Indo. La sospensione non è un dettaglio negoziale.
Ma l’acqua non è solo una risorsa da negoziare: è un ambiente abitato. Sull’Indus Flyway viaggiano ogni anno milioni di anatre, oche, houbara e altri uccelli migratori. Il Pakistan occupa una posizione strategicamente importante su questa rotta, che collega l’Asia centrale all’Asia meridionale, come ricorda il dottor Muhammad Mumtaz Malik, ex capo conservatore della fauna selvatica del Khyber Pakhtunkhwa. Il lago Tarbela, sul fiume Indo, è tra gli habitat d’acqua dolce più importanti del paese: offre rifugio ad anatre, oche, gru, rapaci, otarde e numerose altre specie migratorie, spiega ancora Malik.
E poi c’è il numero che dà la misura del rischio. Il delfino dell’Indo è il secondo delfino di acqua dolce più a rischio di estinzione al mondo ed è endemico del Pakistan. La popolazione è ridotta a circa 2.000 individui, confinati in una piccola frazione dell’areale storico, per via dell’inquinamento, della frammentazione dell’habitat causata dalle dighe e degli spiaggiamenti nei canali. Non è una specie con margini di sicurezza: è una specie che vive esattamente dove il flusso del fiume decide se esistono le condizioni per sopravvivere.
Secondo Malik, più di 90 specie selvatiche — tra cui anatre migratorie, gru siberiane, falchi sacri, avvoltoi dorsobianchi, il delfino dell’Indo, trote e diverse specie di mammiferi — potrebbero subire pressioni crescenti se gli ambienti d’acqua dolce continuassero a deteriorarsi. Intanto le zone umide, i fiumi e gli habitat costieri del Pakistan continuano a fungere da aree di sosta e svernamento per milioni di uccelli migratori che percorrono migliaia di chilometri, come ricorda il WWF-Pakistan. Ma la perdita di habitat, l’inquinamento, il cambiamento climatico e la caccia illegale stanno già esercitando una pressione enorme su queste popolazioni, minacciando gli ambienti fragili da cui dipendono. La sospensione del trattato aggiunge un fattore di rischio a una situazione già compromessa.
La domanda che resta: chi risponde per l’ambiente?
Di fronte a questi numeri, la diplomazia dell’acqua resta muta sull’ambiente. Il trattato del 1960 è stato sospeso con una condizione che parla di terrorismo, non di portate idriche, né di specie, né di habitat. Nel negoziato tra India e Pakistan non c’è un posto per i circa 2.000 delfini dell’Indo, né per i milioni di uccelli che dipendono dal flusso del fiume. La tutela ambientale non è una clausola dell’accordo, e non è nemmeno un parametro della sua sospensione.
E così la domanda resta aperta: chi risponde per chi non può sedersi al tavolo? Nessuno, per ora. La sorte del bacino dell’Indo non è solo una questione tra India e Pakistan: è un test sulla capacità della diplomazia di includere chi non può negoziare. E per ora, nessuno ha dato risposta.




