La Consulta ha bloccato i vincoli della Sardegna

La Consulta ha bloccato i vincoli della Sardegna

La Consulta ha dichiarato illegittimi i vincoli della legge regionale sarda, lasciando in sospeso 270 MW di progetti agrivoltaici

Immaginate di essere un agricoltore della provincia di Oristano con un progetto agrivoltaico da 10 ettari, finanziamento già approvato, tutto pronto per cantierizzare. A maggio il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica vi concede la Valutazione di Impatto Ambientale. Poche settimane dopo, la Corte costituzionale annulla quel decreto insieme ad altri cinque, per un totale di 270 MW, perché il ministero era in “fuorigioco” rispetto alle competenze regionali. Poi la Regione prova a fare ordine con una legge, la numero 20 del 2024, ma oggi, 26 giugno, arriva un altro colpo: la Consulta, con l’ordinanza n. 115, dichiara illegittime alcune parti di quella legge. Il risultato è un pareggio che non sblocca nulla: la Regione esulta, ma per gli investitori il cerchio resta chiuso.

L’indecisione non è solo sarda. Basta guardare le notizie delle ultime settimane per capire che il disordine sulle aree idonee è nazionale e rischia di far deragliare centinaia di progetti. Cerchiamo di mettere in fila i fatti per capire come siamo arrivati a questo punto e, soprattutto, cosa può fare oggi chi ha in tasca un investimento già pronto.

Il ping-pong sardo e la vittoria di nessuno

La vicenda parte da lontano, ma il momento decisivo è lo scorso 26 maggio, quando la Corte costituzionale annulla sei decreti di Via ministeriali per circa 270 MW di agrivoltaico. Il Mase li aveva autorizzati mentre era ancora in vigore la legge regionale, ma per la Consulta lo Stato non può sostituirsi alle Regioni in materia di governo del territorio. A quel punto la Sardegna corre ai ripari con la legge n. 20 del 2024, che prova a definire dove si può e dove non si può installare. Ma oggi la stessa Corte, con l’ordinanza n. 115, smonta alcuni pezzi di quella legge, lasciando in piedi un impianto ambiguo.

Le due parti in causa leggono la sentenza in modo opposto. La Regione parla di vittoria, ma l’avvocata Germana Cassar dello studio Dla Piper, che assiste alcuni sviluppatori, è netta: «restano illegittimi i vincoli aprioristici». In soldoni: un divieto scritto su carta senza una valutazione concreta del territorio non può reggere. È un pareggio che non fa bene a nessuno – né agli agricoltori che vogliono integrare reddito con il fotovoltaico, né alle imprese che hanno già speso soldi in progettazione. E mentre la nebbia normativa non si dirada, i 270 MW bloccati restano lì, a ricordare che ogni mese di stallo è energia che non si produce.

La mappa del disordine: regioni a confronto

Pensare che il pasticcio sardo sia un caso isolato sarebbe un errore. Nei giorni scorsi, QualEnergia ha tenuto traccia di una serie di notizie che disegnano un mosaico regionale a diverse velocità e con molte zone d’ombra: in Toscana, il 19 giugno il testo unico sulle aree idonee si è arenato su un nodo che riguarda l’agrivoltaico; in Sicilia, il 12 giugno, si è fatto un passo avanti sull’idroelettrico e uno indietro sulla prassi autorizzativa; in Emilia-Romagna, sempre il 12 giugno, la nuova legge presenta zone grigie che già fanno prevedere un’ondata di contenziosi; in Abruzzo, una legge è stata pubblicata il 18 maggio, ma è presto per dire se reggerà all’eventuale vaglio della Consulta.

Il caso più caldo, però, è l’Umbria. L’11 giugno è stato depositato un ricorso contro le aree non idonee definite dalla Regione, e quella partita potrebbe pesare molto al di là dei confini regionali. Perché se la Corte costituzionale dovesse pronunciarsi sul caso umbro, potrebbe stabilire un principio chiaro: cosa può e cosa non può fare una Regione quando dice “qui no”. Un chiarimento del genere sarebbe il primo mattone di un’architettura normativa finalmente coerente, dopo anni in cui ogni Regione ha legiferato in ordine sparso e spesso in contrasto con gli indirizzi nazionali. Fino ad allora, però, l’incertezza resta un costo fisso per chiunque progetti nuove installazioni.

Scegliere la strada meno incerta

Davanti a questo quadro, imprenditori e cittadini che vogliono investire nel solare si chiedono: conviene aspettare che tutte le leggi siano consolidate o è meglio scegliere subito una regione dove le regole sono già scritte e non sono sotto attacco? Aspettare ha un costo: i bandi Fer-X, gli incentivi del PNRR e le tariffe dedicate hanno scadenze, e ogni mese che passa senza che l’impianto entri in funzione è produzione persa. D’altro canto, mettere i pannelli in una regione dove la legge potrebbe essere smontata dalla Corte il giorno dopo la posa della prima struttura significa esporsi a un rischio quasi esistenziale.

Guardando alle regioni con leggi già formali e senza ricorsi pendenti, il panorama non è ampio. L’Abruzzo, con la legge pubblicata il 18 maggio, offre per ora il quadro più stabile, ma anche lì mancano i test dei tribunali. In Emilia-Romagna, invece, le zone grigie sono talmente estese che molti sviluppatori già prevedono di dover ricorrere ai tribunali amministrativi prima ancora di scavare le fondamenta. E in Sardegna, come abbiamo visto, nemmeno l’intervento della Regione ha spento l’incendio. La scelta, quindi, è più simile a una scommessa informata: chi oggi decide di investire in una regione con norme chiare potrebbe ritrovarsi avvantaggiato quando, finita la stagione dei ricorsi, molti altri territori saranno ancora bloccati.

Nel frattempo, il sole continua a splendere. E chi aveva già cominciato a costruire, magari in una regione che aveva fatto i compiti per tempo, potrebbe scoprirsi in una posizione di forza quando la polvere giudiziaria si poserà.

Comments

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

🍪 Impostazioni Cookie