Lo studio ribalta la prospettiva: la perdita di habitat avviene fuori dal cantiere, tra agricoltura e disboscamento diffuso.
La minaccia invisibile: il 70% che non fa notizia
Quando si parla dell’orango di Tapanuli, l’attenzione converge quasi sempre sulla diga idroelettrica di Batang Toru, nel nord di Sumatra. Ma lo studio pubblicato lo scorso 14 luglio rovescia la prospettiva: stando alle sue rilevazioni, l’agricoltura e il disboscamento su piccola scala rappresentano circa il 70% della perdita diretta di foresta nell’area di Batang Toru, non il grande progetto. È il dettaglio che cambia la lettura del rischio per chi progetta impianti di energia pulita in aree critiche: il pericolo maggiore non si concentra nel perimetro del cantiere, ma si distribuisce nel tempo e nello spazio.
La percentuale, però, da sola non fotografa il quadro. Per capire quanto sia fragile la specie bisogna osservare gli individui: quanti sono, come sono distribuiti e quanto margine resta in un territorio sempre più frammentato.
716 individui, due blocchi, zero margine
I numeri che contano non sono solo le percentuali: sono gli individui distribuiti su un paesaggio sempre più frammentato. Il territorio di Batang Toru ospita una popolazione stimata di 716 oranghi di Tapanuli. La distribuzione è tutt’altro che omogenea: secondo un recente studio di popolazione, il blocco occidentale sostiene la più grande sottopopolazione conosciuta, stimata in circa 514 individui, mentre il blocco orientale ne conterrebbe solo 159. In pratica, una delle due metà del territorio regge un numero di animali oltre tre volte superiore all’altra: un’asimmetria che rende qualsiasi perdita locale più difficile da assorbire.
Nel frattempo il tappeto forestale si è assottigliato. Secondo i ricercatori, Batang Toru ha perso 7.659 ettari di foresta tra il 2000 e il 2023, pari a circa il 5% della copertura complessiva. In apparenza un valore contenuto: ma il punto non è quanta foresta resta, è come è distribuita. Per una specie già ridotta ai minimi storici, ogni ettaro perso pesa in modo sproporzionato, soprattutto quando a sparire non è un’area isolata ma il tessuto che collega i diversi gruppi. La diga, in questa lettura, diventa un punto singolo dentro un processo più ampio: il problema strutturale è la somma dei piccoli interventi che, ettaro dopo ettaro, separano i gruppi gli uni dagli altri.
Qui entra in gioco la fragilità demografica. Con 716 individui, la specie non ha alcun buffer demografico contro la mortalità aggiuntiva. E il margine non è mai stato ampio: l’animale era stato individuato dagli scienziati già nel 1997, ma è stato confermato come una specie separata soltanto nel 2017; è la prima nuova specie di grande scimmia scoperta dagli anni ’20. Il quadro regionale aggrava la lettura: il numero di oranghi di Sumatra è diminuito di quasi il 20% nell’ultimo decennio, e l’orango di Tapanuli, classificato in pericolo critico, rimane pericolosamente vicino all’estinzione.
Oltre il perimetro della diga: cosa serve davvero
Lo studio non si limita a contare. La priorità indicata è chiara: la sola designazione di aree protette non è sufficiente. Servono l’applicazione delle protezioni legali esistenti, il ripristino della connettività tra meta-popolazioni frammentate e interventi mirati nei paesaggi non protetti. Tradotto: non basta tracciare un confine su una mappa, bisogna presidiare quello che accade fuori dal recinto. Per un progetto idroelettrico, questo significa che le misure di compensazione non possono limitarsi all’area dell’invaso, ma devono coinvolgere i bacini di deforestazione diffusa che circondano il sito.
Il nodo della diga, comunque, non è chiuso. Già nel 2020, la Banca Mondiale e la Banca Asiatica di Sviluppo avevano evitato di finanziare il progetto, mentre la Banca di Cina, principale finanziatore, aveva promesso una revisione alla luce delle preoccupazioni ambientali. La revisione resta un passaggio aperto: ma fermare la diga non equivale a mettere in sicurezza la specie. Anzi, il quadro nel frattempo è cambiato: la pressione non viene più soltanto dal cantiere.
Per chi progetta o finanzia impianti in aree ad alta biodiversità, lo studio impone una due diligence allargata: fermare il singolo progetto non basta, perché il 70% della perdita di habitat avviene altrove, nel paesaggio non protetto dove il disboscamento diffuso erode silenziosamente l’habitat. La partita vera si gioca lì, fuori dal cantiere.




