La specie arrivata nel 1993 ha già causato danni per milioni di dollari alla pesca dei gamberi nel 2000

Cinquanta metri cubi d’acqua filtrati al giorno da una singola medusa, campane da 62 centimetri di diametro, una dozzina di esemplari avvistati in due settimane lungo il Texas. Se il problema fosse solo la puntura, basterebbe stare lontani. Ma è la chimica dell’invasione che fa paura. Tra fine giugno e inizio luglio, stando ai rilevamenti di Houston Public Media, una medusa invasiva è riemersa lungo la costa del Texas.

Jace Tunnell, che conduce sondaggi sulle spiagge, ha contato una dozzina di meduse australiane bianche maculate sparse lungo la costa del Golfo nell’arco di due settimane. Non è la scoperta di una specie sconosciuta: è il ripetersi di una storia già scritta. Il punto di partenza non è capire che cos’è questa medusa, ma quanto costa oggi ignorarla.

La medusa che già conoscevamo

Il primo esemplare di Phyllorhiza punctata nel Golfo del Messico fu catturato nel 1993 nel Lago Pelto, nella Baia di Terrebonne, in Louisiana: il primo raccolto sulla costa del Golfo. La specie non è indigena del Golfo del Messico né del Bacino Atlantico. Non per questo ha tardato a prendersi spazio: nel maggio del 2000 grandi sciami sono stati osservati per la prima volta a 20-40 chilometri dall’ingresso della Baia di Mobile, in Alabama. Da lì la popolazione è esplosa e si è diffusa verso ovest, raggiungendo il Mississippi Sound all’inizio di giugno e il Lago Borgne, in Louisiana, all’estremità occidentale del sound. La presenza è documentata anche nei mesi successivi: una grande popolazione della medusa, identificata come Phyllorhiza punctata, si è verificata nel nord del Golfo del Messico da maggio a settembre del 2000. Gli avvistamenti estivi di oggi ricalcano quel calendario.

Le dimensioni raccontano la scala del fenomeno. Secondo Graham et al. 2003, le meduse del Golfo d’America — la denominazione usata nella scheda dell’USGS — sono considerevolmente più grandi di quelle di altre popolazioni descritte: in media 45 centimetri di diametro della campana, con un massimo riportato di 62 centimetri. Ogni esemplare è un filtro mobile di dimensioni inusuali, e quando gli esemplari si aggregano il prelievo di plancton dalla colonna d’acqua diventa un fenomeno misurabile in ordini di grandezza.

Il conto che i gamberi non possono ignorare

Misurabile, appunto. Ogni medusa può eliminare 50 metri cubi di acqua piena di plancton in un giorno. Tradotto in termini concreti: aggregazioni dense di meduse australiane maculate alterano le reti alimentari nella colonna d’acqua, perché mangiano larve di pesce, competono con pesci e gamberi per il cibo e intasano le reti da pesca. Tre meccanismi distinti, un solo risultato per la pesca del Golfo: meno risorse a monte e attrezzi meno funzionanti a valle.

Nel 2000 il conto è arrivato, e non era simbolico. L’intasamento delle reti per gamberi è stato il danno economico maggiore, con perdite che hanno contribuito a danni nell’ordine di milioni di dollari. Le analisi secondarie dello studio stimano perdite fino a 10 milioni di dollari per la pesca dei gamberi del Golfo. Per capire il perché basta tornare al dato iniziale: una medusa che filtra 50 metri cubi al giorno non si limita a togliere plancton ai gamberi, ne consuma anche le larve. Il danno alle reti è la parte visibile; la competizione alimentare colpisce la base produttiva della pesca, ed è la parte che non si ripara sostituendo una rete.

Il danno economico, però, non chiude la questione. Resta aperto il problema di come l’ambiente marino del Golfo reagirà alla pressione combinata di due specie di meduse insieme.

Il paradosso della nativa

Mentre si discute di come limitare l’invasiva, la scienza ha scoperto una quarta specie nativa nello stesso Golfo. Ad aprile 2026 i ricercatori della Texas A&M University at Galveston hanno annunciato la scoperta di Aurelia profunda, una nuova medusa lunare nativa. «Nel Golfo avevamo tre specie di Aurelia», ha detto Miglietta. «Ora ne abbiamo quattro».

È il paradosso: nello stesso tratto di mare in cui una specie australiana invasiva filtra 50 metri cubi al giorno, nuota una specie nativa appena descritta dalla scienza. Non sappiamo ancora come le due si spartiranno il plancton. Forse la vera sfida non è eliminare l’invasiva, ma capire come avverrà la coabitazione.

Per i pescatori di gamberi la scelta è tra subire reti intasate e competizione alimentare o spingere per interventi di controllo che toccherebbero un ambiente già fragile, dove oggi nuota una specie nativa appena scoperta. Nessun intervento è senza conseguenze.