Il ritardo delle aste FER2 rischia di dimezzare valore aggiunto e occupazione attesi

Cinquantasei miliardi di valore aggiunto. Centoventinove miliardi di produzione attivata. Oltre ottocentomila posti di lavoro. Sono i numeri che lo studio del Politecnico di Torino presentato lo scorso 10 giugno alla quarta Conferenza Nazionale dell’Associazione delle Energie Rinnovabili Offshore (AERO) attribuisce all’eolico offshore italiano, se si arriva a venti gigawatt installati entro il 2050. Lo stesso studio, però, contiene una seconda colonna dei conti: quella in cui le aste per le fonti rinnovabili slittano, la filiera resta al palo e il valore aggiunto crolla a venticinque miliardi. Non è un’ipotesi di scuola, ma il differenziale che misura la distanza tra un’opportunità industriale e un mezzo fallimento annunciato, tutto appeso a un decreto che ancora non ha visto la luce.

I numeri che promettono (e quelli che minacciano)

Il lavoro, firmato dal MOREnergy Lab del Politecnico di Torino, mette in fila due scenari e li traduce in cifre che hanno la durezza di un bilancio preventivo. Con venti gigawatt di pale in mare entro metà secolo, la produzione annua supererebbe i cinquanta terawattora. Non è poco: equivale a una quota rilevante del fabbisogno elettrico nazionale che oggi dipende da gas, carbone e importazioni. Lungo l’intero ciclo di vita degli impianti, verrebbero evitati circa seicentotrentacinque terawattora di approvvigionamenti esteri. L’effetto traino sulla filiera sarebbe imponente: oltre centoventinove miliardi di produzione attivata e più di cinquantasei miliardi di valore aggiunto, con un’occupazione sostenuta che supererebbe le ottocentomila unità di lavoro standard. Numeri che fanno sembrare l’eolico offshore molto più di una fonte rinnovabile, quasi una leva di politica industriale nascosta dentro un processo autorizzativo e un calendario di aste.

Poi arriva il secondo scenario, quello che lo studio chiama «scenario di ritardo». Bastano le aste FER2 che non partono – o che partono con il freno a mano tirato – perché il castello crolli. Il valore aggiunto si contrae da oltre cinquantasei a circa venticinque miliardi. L’occupazione sostenuta quasi si dimezza: da ottocentomila a trecentonovantanovemila unità. Il potenziale industriale resta in gran parte sulla carta, e quel che doveva essere una filiera italiana diventa soprattutto commesse estere e qualche installazione, senza l’indotto territoriale che poteva cambiare il profilo di intere aree costiere. Non è una previsione catastrofista, è la conseguenza meccanica di un processo autorizzativo che si inceppa: senza certezza sui prezzi e sui volumi, gli investimenti si spostano altrove.

Cosa succede se le aste non partono

Leggere il rapporto del Politecnico significa incrociare la domanda che gli stessi ricercatori si sono posti: l’eolico offshore va valutato soltanto come nuova produzione rinnovabile o può diventare anche una leva di politica industriale, sviluppo territoriale e sicurezza energetica? La risposta è tutta nella forbice tra i due scenari. Se le aste FER2 continuano a slittare, l’Italia non rinuncia soltanto a una quota di energia pulita; si amputa da sola la capacità di costruire una catena del valore nazionale, con stabilimenti, cantieri navali, componentistica, manutenzione, formazione. Perde il vantaggio competitivo di avere uno dei più alti potenziali eolici offshore d’Europa, tra Adriatico, Ionio e Canale di Sicilia, e di poterlo trasformare in un volano per le regioni meridionali che da anni cercano una via di sviluppo diversa dal turismo stagionale o dai trasferimenti pubblici.

Il dimezzamento del valore aggiunto – da cinquantasei a venticinque miliardi – non è solo una riga in una tabella. Vuol dire meno imprese attive, meno centri di ricerca coinvolti, meno contratti per i porti, meno operai specializzati. Il calo dell’occupazione da oltre ottocentomila a poco più di quattrocentomila unità standard racconta la differenza tra un mercato del lavoro che si struttura e uno che resta episodico. E quei seicentotrentacinque terawattora di approvvigionamenti esteri che si potrebbero evitare lungo la vita degli impianti sono l’altra faccia della sicurezza energetica: ogni terawattora che non produciamo in casa è un terawattora che continuiamo a comprare da fuori, esponendo il sistema paese a volatilità di prezzo e ricatti geopolitici. I ritardi normativi, insomma, non colpiscono solo il conto economico; colpiscono la possibilità stessa di uno Stato di ridurre la propria dipendenza.

Lo studio è stato presentato il 10 giugno scorso a Roma, durante il IV Convegno Nazionale AERO, e il fatto che a discuterlo ci fossero ricercatori, operatori e associazioni di settore non cambia la natura del problema: la regia è politica. Senza un calendario certo delle aste, senza regole chiare sugli sbarchi della corrente e sulla condivisione dei benefici con i territori, la filiera resta in attesa. E in attesa non si fanno assunzioni, non si aprono fabbriche, non si firmano contratti di fornitura.

La scommessa industriale che l’Italia non può permettersi di perdere

Dietro il dibattito sull’eolico offshore non c’è solo una scelta tecnica tra pale galleggianti e fondazioni fisse. C’è la capacità del Paese di decidere se vuole essere protagonista della transizione energetica oppure spettatore che guarda le turbine arrivare da fabbriche straniere, montate da imprese straniere, con benefici che restano fuori dai confini. Il lavoro del MOREnergy Lab non promette miracoli: disegna un percorso che, se inceppato, costa decine di miliardi di euro e centinaia di migliaia di posti di lavoro. Ogni mese di ritardo sulle aste è una ferita a quella filiera che non si costruisce, all’occupazione che non si attiva, all’autonomia energetica che rimane un’aspirazione da convegni. Alla fine, qualcuno dovrà pure spiegare perché un potenziale da cinquantasei miliardi viene lasciato a metà strada, e chi ne risponderà quando quei venticinque miliardi persi diventeranno la fotografia di un’occasione che l’Italia si è lasciata scivolare tra le dita.