I dispositivi aggregatori di pesce attraversano il 53% delle aree protette e si arenano in 174 zone con 490 specie

1,41 milioni di boe, 134 milioni di chilometri quadrati di oceano, il 37% della superficie oceanica terrestre attraversata in quindici anni. I numeri, pubblicati lo scorso luglio su Science Advances, fotografano la scala di un sistema che è entrato silenziosamente in contatto con il 53% della rete globale di aree marine protette. Non stiamo parlando di semplici attrezzi da pesca: i dFAD, dispositivi aggregatori di pesce derivanti, sono oggetti progettati per attirare tonni su comando, e secondo l’analisi condotta da Schiller e colleghi, i loro relitti si sono arenati in 174 aree protette che ospitano almeno 490 specie a rischio.

La scala del fenomeno: 1,41 milioni di boe nell’oceano

Il meccanismo è tanto semplice quanto efficiente. Un dFAD è composto da una zattera galleggiante, pannelli sommersi che creano ombra e una boa satellitare che trasmette posizione e stima della biomassa aggregata. I tonni, attratti naturalmente da oggetti galleggianti, si concentrano sotto il dispositivo. La boa comunica al peschereccio se vale la pena inviare la rete. Tra il 2007 e il 2021, sono state rilasciate circa 1,41 milioni di boe dFAD, che hanno attraversato almeno 134 milioni di chilometri quadrati, pari al 37% della superficie oceanica terrestre.

Il problema strutturale è nella natura stessa del dispositivo: progettato per galleggiare e aggregare, ma non per essere recuperato con certezza. Una percentuale significativa sfugge al controllo, entra nelle correnti e diventa un detrito marino che si arena in 104 giurisdizioni marittime, contribuendo all’inquinamento costiero e danneggiando habitat sensibili. Non è un incidente occasionale: è una conseguenza prevedibile di un sistema che scala linearmente con lo sforzo di pesca, senza un meccanismo proporzionale di recupero.

Il paradosso delle aree protette: aggregare tonno, inquinare habitat

Il punto critico emerso dalla ricerca pubblicata lo scorso 13 luglio è che questi dispositivi non restano confinati in acque internazionali. Un dFAD può entrare in un’area marina protetta, aggregare tonno, e quel tonno viene catturato dopo che il dispositivo ha lasciato il confine dell’area. La protezione legale della zona non intercetta questo flusso: la risorsa ittica esce con il dispositivo, e il dFAD stesso può arenarsi all’interno dell’area, portando con sé reti, cordami e plastica.

Le 174 aree protette in cui i dFAD si sono arenati ospitano almeno 490 specie a rischio. La cifra arriva da Schiller e colleghi, che hanno incrociato dati di tracciamento satellitare, modelli di deriva oceanica e mappe della biodiversità. Il risultato è un paradosso regolatorio: le aree marine protette sono disegnate per escludere l’attività di pesca diretta, ma non possono fermare un dispositivo alla deriva che aggrega risorsa ittica e la trasporta fuori dai confini, per poi tornare come rifiuto.

Chi paga il conto? Comunità locali e gestori delle aree marine

Quando un dFAD si arena, il costo della rimozione ricade su chi non ha tratto profitto dalla pesca. Lo studio pubblicato dall’Università delle Hawai‘i ha rilevato che l’onere della rimozione dei dispositivi spiaggiati ricade spesso sulle comunità locali e sui gestori marini, incluse le piccole nazioni insulari che potrebbero non trarre benefici economici dalla pesca responsabile delle attrezzature. Il caso del Papahānaumokuākea Marine National Monument è emblematico: un’area remota, a più di mille miglia da qualsiasi grande città e in gran parte disabitata, dove ogni anno si depositano più di 50 tonnellate di detriti marini. Tutto quel materiale arriva da altre fonti.

Già nel 2020, uno studio sull’atollo di Aldabra condotto da Burt e colleghi aveva stimato che la rimozione dei rifiuti di plastica marina accumulati in quel sito remoto avrebbe richiesto milioni di dollari e migliaia di ore-persona. Un costo che nessuna voce di bilancio copre automaticamente.

Il quadro regolatorio esiste, ma è frammentato. La Western and Central Pacific Fisheries Commission ha istituito una chiusura stagionale della pesca con FAD a partire dal 2008 e ha richiesto agli stati membri di sviluppare piani di gestione. Nel 2014 è stato formato il gruppo di lavoro sulle opzioni di gestione dei FAD. L’International Seafood Sustainability Foundation pubblica guide per la progettazione di FAD non impiglianti e biodegradabili dal 2012, con una revisione nel 2019 che ha introdotto la raccomandazione sulla biodegradabilità. Sono strumenti utili, ma volontari, e la scala del problema misurata da Schiller suggerisce che non bastano.

La tecnologia dei dFAD ha migliorato l’efficienza della pesca al tonno, ma ha creato un problema di scala inaspettato: le aree protette non sono scatole chiuse, e la loro integrità dipende anche da ciò che accade fuori. Con 1,41 milioni di boe rilasciate in quindici anni e una copertura che tocca il 53% della rete globale di aree marine protette, la vera sfida non è tecnica ma distributiva: far sì che il costo della pulizia non resti a carico dei più deboli.