Il 60% delle specie selvatiche è a rischio estinzione, mentre il 45% non è conservato in alcuna banca del germoplasma
Beviamo caffè tutti i giorni, più volte al giorno. È la bevanda più commerciata al mondo, un rito mattutino che muove mercati e riempie tazzine in ogni angolo del pianeta. Eppure, mentre maciniamo chicchi e scaldiamo l’acqua, là fuori l’intera infrastruttura genetica del caffè sta scivolando verso il baratro. Già nel gennaio 2019 i ricercatori dei Royal Botanic Gardens di Kew lanciavano un allarme che sette anni dopo nessuno ha ancora preso sul serio: il 60 per cento di tutte le specie selvatiche di caffè è minacciato di estinzione. Non è un dettaglio botanico per addetti ai lavori. È il paradosso perfetto di un’industria che dipende da una manciata di varietà commerciali mentre le risorse genetiche che potrebbero salvarla arretrano in silenzio, schiacciate da deforestazione, parassiti e cambiamenti climatici.
Il caso più eloquente di questo paradosso ha un nome quasi dimenticato: Coffea stenophylla. Nessuno la vedeva in natura dal 1954. Scomparsa dalle piantagioni, sparita dagli orti botanici, era diventata un fantasma archivistico. Poi, nel dicembre 2018, un gruppo di ricercatori la ritrova in Sierra Leone. Una specie che si credeva perduta riemerge dalla foresta, come a ricordarci che il caffè non è solo Arabica e Robusta, ma un mosaico di diversità che stiamo ignorando con una noncuranza imbarazzante. La domanda, a questo punto, è una sola: come siamo arrivati al punto in cui una pianta che muove miliardi di dollari ha i suoi parenti selvatici in agonia senza che nessuno alzi la voce?
Numeri che fanno tremare
Per capire la gravità della situazione bisogna scendere nelle cifre, e le cifre non sono rassicuranti. La specie regina del mercato, Coffea arabica, quella che riempie la stragrande maggioranza delle nostre tazzine, è entrata nella Lista Rossa dell’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura come specie in pericolo. Non da oggi: è successo proprio in quel gennaio 2019, sulla base di proiezioni climatiche che parlano chiaro. Secondo le valutazioni condotte da Kew insieme a ricercatori etiopi, la popolazione naturale di Arabica potrebbe ridursi del 50 per cento o più entro il 2088 per effetto del solo cambiamento climatico, senza contare la pressione della deforestazione e dei patogeni.
E non è una novità assoluta, perché già nel 2012 uno studio guidato da Aaron Davis e pubblicato su PLoS ONE aveva proiettato scenari ancora più drastici: riduzione tra il 65 e quasi il 100 per cento delle località bioclimaticamente idonee per l’Arabica entro il 2080. È da lì che viene quel dato – «fino all’85 per cento entro il 2080» – rimbalzato nel comunicato stampa di Kew del 2019. Dodici anni fa avevamo già una mappa della catastrofe imminente, eppure la conversazione pubblica sulla conservazione del caffè è rimasta confinata nei circoli accademici e in qualche articolo di agenzia.
L’ultimo tassello arriva da uno studio pubblicato su Science Advances sempre nel 2019: almeno il 60 per cento di tutte le specie di caffè è minacciato di estinzione. Fin qui la notizia che già conosciamo. Ma il dato che dovrebbe farci sobbalzare sulla sedia è un altro: il 45 per cento delle specie non è conservato in alcuna collezione di germoplasma. In altre parole, quasi la metà del patrimonio genetico del caffè non ha una copia di sicurezza, non esiste in banca semi, non può essere recuperato se scompare in natura. E non basta: il 28 per cento delle specie non si trova nemmeno all’interno di un’area protetta. Significa che la loro sopravvivenza è affidata esclusivamente alla buona sorte di non incrociare una ruspa o un’ondata di calore fuori norma.
La beffa, come ha riportato The Guardian all’indomani della pubblicazione, è che tra le specie a rischio ce ne sono molte con un potenziale genetico preziosissimo: potrebbero essere utilizzate per sviluppare varietà resistenti alle malattie e capaci di tollerare condizioni climatiche avverse. Proprio quelle che servirebbero a un’industria che tra collassi produttivi e rincari si trova ogni anno a fare i conti con emergenze fitosanitarie e instabilità meteorologica. Stiamo perdendo le cassette degli attrezzi prima ancora di averle aperte.
Il conto (ancora) aperto
Per ora, il silenzio è assordante. World Coffee Research, l’organizzazione che coordina la ricerca sul caffè a livello globale, non usa mezzi termini: la mancata azione per preservare le risorse genetiche del caffè potrebbe essere catastrofica per l’intera industria. Non «preoccupante», non «problematica»: catastrofica. Eppure, sette anni dopo l’allarme di Kew, non c’è traccia di un piano internazionale con risorse adeguate. Non si vedono investimenti proporzionati al valore del mercato, né una regia politica che metta intorno a un tavolo i grandi torrefattori e i paesi produttori. Il caffè resta un gigante economico con una base genetica sempre più fragile, e nessuno sembra avere la responsabilità di occuparsene.
Resta una domanda: chi salverà il caffè? I governi dei paesi tropicali, alle prese con ben altre emergenze e con bilanci risicati? Le multinazionali, che finora hanno speso più in marketing che in conservazione delle risorse? Le banche del germoplasma, che sopravvivono con finanziamenti intermittenti e personale ridotto? O forse aspettiamo che qualche altra specie scomparsa per decenni riappaia per caso in una foresta africana, regalandoci una seconda possibilità che non meritiamo?
La memoria della Coffea stenophylla, ritrovata quasi per miracolo dopo sessantaquattro anni di oblio, ci avverte di una verità scomoda: mentre sorseggiamo il nostro espresso, stiamo perdendo pezzi di futuro del caffè. E quando il conto arriverà davvero, non basterà un comunicato stampa per saldarci sopra.




