Oltre metà del PIL globale dipende dagli ecosistemi, ma le agenzie lo ignorano: 83 trilioni di dollari a rischio.

Danno voti ai governi e muovono migliaia di miliardi, ma ignorano la natura che sorregge le economie. Fino a 83 trilioni di dollari di debito sovrano potrebbero essere valutati erroneamente, stando a un’analisi pubblicata a luglio dal Centre for European Policy Studies. E nessuno dei tre colossi del rating — Moody’s, S&P Global e Fitch — sembra accorgersene.

Il buco nero dei rating

Lo schema è noto: le agenzie sbandierano sofisticati modelli per misurare il rischio di credito di uno Stato, pesando variabili geopolitiche, fiscali e di governance. Poi però dimenticano la materia prima di ogni attività economica. Secondo il World Economic Forum, più della metà del PIL globale — circa 44 trilioni di dollari — dipende moderatamente o fortemente dalla natura e dai servizi che ne derivano. La Banca centrale europea ha calcolato che nell’area dell’euro il 75 per cento dei prestiti bancari finisce a imprese fortemente dipendenti da almeno un servizio ecosistemico. Il legame tra salute degli ecosistemi e stabilità finanziaria non è un’ipotesi accademica: è già iscritto nei bilanci.

Eppure nessuna delle tre grandi agenzie di rating — Moody’s, Standard & Poor’s (S&P Global) e Fitch — include nei propri giudizi sovrani la perdita di biodiversità o il degrado degli ecosistemi. Agenzie che pure valutano eventi geopolitici difficili da quantificare. Il paradosso è servito: si misura l’azzardo politico, ma si esclude la distruzione delle risorse naturali che condiziona la capacità futura di generare reddito e onorare i debiti. I mercati, di conseguenza, ballano bendati su un crinale che già scricchiola. Ma cosa succede quando la natura presenta il conto?

Il conto della natura

I numeri, appena si prova a simularli, sono scomodi. Un collasso parziale dell’ecosistema farebbe lievitare i costi annuali del servizio del debito di 49 miliardi di dollari in India (pari al 2,4 per cento del reddito mediano post-tasse) e di 70 miliardi in Cina. Su scala globale, i pagamenti aggiuntivi di interessi raggiungerebbero 162 miliardi di dollari l’anno, una cifra che quasi eguaglia i 200 miliardi di dollari all’anno che il Global Biodiversity Framework di Kunming-Montreal indica come obiettivo per il sostegno alla conservazione. Detto altrimenti: i maggiori oneri finanziari causati dall’inazione ecologica rischiano di divorare le risorse che la comunità internazionale si era impegnata a destinare proprio alla protezione della natura.

Non è solo uno scenario catastrofico. Anche in uno scenario «business as usual», con la natura che continua a degradarsi ai ritmi attuali, il PIL globale nel 2030 sarà di circa 75 miliardi di dollari inferiore rispetto a quanto sarebbe altrimenti. Un taglio netto alla capacità fiscale di molti governi, proprio mentre i costi di indebitamento potrebbero salire. E questi numeri sono probabilmente ottimisti: stando a Frank Elderson, membro del Comitato esecutivo della BCE, i metodi per misurare i rischi fisici e legati alla natura sono ancora agli inizi, e i pericoli sono quasi certamente sottostimati. Eppure, i modelli di rating restano impermeabili a queste evidenze. Viene da chiedersi cosa freni un cambiamento ormai urgente.

L’immobilismo e le sue scuse

La resistenza è documentata. NatureFinance ha esplicitamente invitato le agenzie a integrare la perdita di natura nei rating fin dal 2022. Da allora, non è successo nulla. Le metodologie pubblicate dalle tre grandi continuano a non incorporare in modo esplicito i rischi legati alla biodiversità. E non è una svista tecnica: è una scelta. Le «Big Three» — Fitch, Moody’s, S&P Global — si affidano in larga misura a giudizi soggettivi sulla «volontà e capacità di pagare» dei governi, e nessun meccanismo tiene conto della perdita di natura nei loro modelli sovrani. Un mix di discrezionalità e omissione che ha già prodotto premi al rischio punitivi per alcuni titoli di Stato dell’Eurozona. E che, su scala globale, rischia di amplificare fragilità sistemiche, colpendo in modo sproporzionato i paesi emergenti, i più esposti al collasso degli ecosistemi e i meno attrezzati per assorbire rialzi improvvisi dei tassi.

La domanda non è se la natura entrerà nei rating sovrani, ma quando — e quanto costerà l’attesa. Ogni giorno di ritardo è un regalo a una fragilità che è già scritta nei conti pubblici di decine di paesi. La vera incognita è chi pagherà il prezzo più alto.