Lo studio su un villaggio nepalese mostra che la dipendenza dagli impollinatori è nascosta ma profonda

Due giorni fa, uno studio del Johns Hopkins Institute ha fotografato la dieta e i bilanci familiari di un villaggio rurale nepalese. Il risultato è un paradosso che andrebbe appeso alle pareti di ogni ministero dell’Agricoltura. Solo il 18 per cento di ciò che quelle famiglie mangiano arriva da colture che dipendono dagli impollinatori. Eppure, da quel misero 18 per cento arriva più del 20 per cento dell’apporto di vitamina A, folato e vitamina E. E non è tutto: gli insetti impollinatori sono responsabili del 44 per cento del reddito agricolo familiare. Il dato è talmente controintuitivo che i ricercatori hanno voluto verificarlo sul campo, catalogando più di 10.000 visite di impollinatori alle piante. Il responso non lascia spazio a dubbi: la dipendenza è nascosta, ma è profonda.

Dentro il paradosso

È la sproporzione a colpire. Meno di un quinto della dieta, quasi metà del reddito. Significa che quei raccolti — verdure a foglia, frutta, semi oleosi — non riempiono lo stomaco, ma tengono in piedi l’economia domestica. Quando mancano gli impollinatori, non è la quantità di cibo a calare per prima: è la qualità. Saltano le vitamine, si contrae il guadagno. Il villaggio nepalese studiato non è un’anomalia: è un campanello d’allarme. Ma se in un solo villaggio il paradosso è così netto, cosa succede quando lo si proietta su scala globale?

Il conto della fame nascosta

A rispondere — ed è uno studio apparso su Nature a dircelo — sono numeri che fanno ordine nella geografia della vulnerabilità. I risultati del villaggio nepalese, spiegano gli autori, sono generalizzabili a circa 2 miliardi di piccoli agricoltori nei paesi a basso reddito. Due miliardi di persone che coltivano appezzamenti di poche centinaia di metri quadrati, per le quali l’assenza di un insetto su una pianta non è una voce in un rapporto sulla biodiversità: è un reddito che si riduce drasticamente, è un apporto vitaminico che si assottiglia senza preavviso.

Dietro l’impollinazione c’è una macchina silenziosa che sostiene la produzione del 75 per cento delle specie coltivate nel mondo. Quando quella macchina siinceppa, il danno non si misura solo in calorie mancanti. Già oggi un quarto della popolazione globale soffre di quella che gli epidemiologi chiamano “fame nascosta”: carenze croniche di micronutrienti. Nel villaggio studiato, gli insetti selvatici erano direttamente responsabili del 44 per cento del reddito agricolo e di oltre il 20 per cento dell’apporto di vitamina A, folato e vitamina E. La connessione tra declino degli impollinatori e malnutrizione non è più una congettura: è un meccanismo misurabile, che colpisce prima e con più forza chi non ha margini per assorbire lo shock.

Poi c’è il conto economico, quello che si può esprimere in miliardi. Secondo un’analisi pubblicata su Nature Communications, le perdite annuali globali di benessere raggiungeranno 34 miliardi di euro nel 2030. Di questi, 24 miliardi ricadranno sull’Europa nel suo complesso e 12 sulla sola Unione Europea. Il declino degli insetti e degli uccelli insettivori — spiegano i ricercatori — è attribuito principalmente a cambiamenti nell’uso del suolo, pratiche agricole intensive e cambiamenti climatici. Tre fattori che l’Europa conosce bene e su cui, almeno sulla carta, ha già cominciato a intervenire. Le politiche europee sono un passo avanti, ma basteranno quando il conto è già in scadenza?

Carta contro realtà

Bruxelles ha messo nero su bianco iniziative che dovrebbero invertire la rotta. L’Iniziativa per gli Impollinatori dell’UE e il Green Deal europeo riconoscono l’importanza di proteggere gli impollinatori e i loro habitat. Sono documenti ambiziosi, con target, scadenze e meccanismi di monitoraggio. Ma tra gli obiettivi dichiarati e la realtà dei campi c’è un vuoto che i numeri rendono difficile ignorare: 12 miliardi di perdite stimate per la sola UE entro il 2030, mentre le pressioni più acute ricadranno proprio sui 2 miliardi di piccoli agricoltori che non hanno accesso ai sussidi della Politica Agricola Comune, né ai corridoi ecologici finanziati da Bruxelles.

Il punto non è se le politiche europee siano scritte bene o male. È che sono pensate per un emisfero che può permettersi piani di transizione, mentre il grosso della vulnerabilità sta altrove. L’UE può vincolare gli agricoltori al mantenimento di fasce fiorite, può limitare i fitofarmaci, può finanziare la ricerca. Ma non può — e non sta provando a — proteggere i due miliardi di agricoltori per i quali un’ape in meno su una pianta è una trattenuta diretta sul reddito familiare.

Il lusso di una politica ben scritta si scontra con la precarietà di chi dipende da un volo d’insetto per sopravvivere. E il conto, per molti, è già arrivato.