L’occupazione ha ottenuto l’impegno del presidente Decaro su acqua e permessi di soggiorno

Non era un pellegrinaggio. Erano circa duecento, nella penombra della Basilica di San Nicola di Bari, la scorsa settimana. Braccianti agricoli, in gran parte migranti, che hanno scelto la pietra e il silenzio di una chiesa millenaria come palcoscenico per un’emergenza che le istituzioni guardano da lontano da troppo tempo. «Stamattina eravamo duecento braccianti rinchiusi dentro la basilica», ha raccontato l’Unione Sindacale di Base, che ha organizzato l’occupazione. L’azione ha prodotto qualcosa che mesi di appelli non erano riusciti a smuovere: una telefonata, poi un impegno diretto del presidente della Regione Puglia Antonio Decaro.

Il presidente si è impegnato su tre fronti. Primo: affrontare e risolvere «in tempi rapidi» il ripristino dei serbatoi di Torretta Antonacci, il ghetto alle porte di San Severo dove vivono duemila braccianti, e potenziare la frequenza di riempimento, «rendendola almeno giornaliera». Secondo: recarsi di persona a Torretta Antonacci la settimana successiva all’occupazione, «per rendersi conto di persona della situazione disastrosa». Terzo: convocare un momento di confronto tra i governatori delle regioni del Sud, dove il problema del bracciantato migrante è più sentito, per «avviare una pressione comune sul Governo e sul Ministero per il rilascio dei permessi di soggiorno». Parole nette, impegni puntuali. Ma dietro l’elenco delle promesse c’è una storia di disperazione che viene da molto più lontano del 6 luglio, e un divario strutturale che nessuna telefonata può colmare in una notte.

La realtà dei numeri

Dietro gli annunci, i numeri raccontano un’altra verità. Lo scorso 2 aprile, nel ghetto di Torretta Antonacci, Alagie Singathe si è tolto la vita. Ventinove anni compiuti il giorno prima, si è impiccato nella baracca dove sopravviveva da oltre cinque anni. Un gesto estremo che ha squarciato il velo su condizioni di vita che il VI Rapporto sullo sfruttamento lavorativo, curato da Altro Diritto, l’Osservatorio Placido Rizzotto e la Flai Cgil, ha quantificato in modo impietoso: le vicende di sfruttamento complessivamente individuate sono passate da 834 a 1.249 tra il 2023 e il 2024, ben 415 in più. L’aumento non è marginale: è un’impennata che segnala un sistema in peggioramento, non in via di soluzione.

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, nel maggio 2022, aveva messo sul tavolo 200 milioni di euro per sostituire i ghetti informali in 37 Comuni sparsi in dieci regioni. Un intervento ambizioso, pensato per smantellare baraccopoli come Torretta Antonacci e offrire ai lavoratori agricoli condizioni abitative dignitose. Ma i progetti che vedranno realmente la luce, secondo quanto ricostruito, saranno soltanto in undici Comuni, con una cifra che si è più che dimezzata e ridotta a poco meno di 25 milioni di euro. Undici Comuni su trentasette: meno di un terzo. E i soldi effettivamente spendibili sono un ottavo della dotazione iniziale. Il divario tra gli obiettivi dichiarati e l’attuazione concreta non è uno scarto fisiologico: è un crollo.

Ciò che colpisce non è solo l’entità del ridimensionamento, ma la sua meccanica silenziosa. I bandi vengono pubblicati, le graduatorie scorrono, i Comuni rinunciano perché non hanno la capacità amministrativa di gestire progetti complessi, i fondi tornano indietro o vengono riallocati. Intanto, nei ghetti, la vita non si sospende: si consuma. Chi arriva per la raccolta dei pomodori trova baracche senza acqua corrente, e chi ci vive tutto l’anno attende un permesso di soggiorno che potrebbe non arrivare mai. E così, mentre i fondi si assottigliano e i progetti restano sulla carta, i braccianti continuano a vivere in un limbo di illegalità e sfruttamento.

Cosa resta aperto

Al di là delle rassicurazioni, la vita nei ghetti resta sospesa tra burocrazia e attesa. I permessi C3, i rinnovi e le richieste di asilo sono fermi da anni: un meccanismo che intrappola i lavoratori nell’illegalità non per scelta, ma per inefficienza amministrativa. Decaro ha confermato l’impegno della Regione Puglia a stanziare «ulteriori fondi a disposizione per poter creare ambienti accoglienti, e foresterie». Ma l’annuncio di nuovi stanziamenti, dopo il naufragio di quelli precedenti, solleva una domanda inevitabile: con quali risorse e con che tempi? Perché la storia recente insegna che tra un target dichiarato e la sua attuazione reale, in questa vicenda, si apre un baratro.

Cosa succede ora, oltre le promesse? La settimana scorsa Decaro si preparava alla visita promessa a Torretta Antonacci. L’acqua, intanto, non arriva. I serbatoi restano vuoti per giorni. E i permessi di soggiorno, quelli che potrebbero strappare migliaia di braccianti alla clandestinità e al ricatto dei caporali, sono ancora fermi nei cassetti del Ministero. La domanda non è se Decaro manterrà la parola.
È quanto possono aspettare ancora i braccianti.