La riduzione dei dati obbligatori segue l’atto delegato della commissione del 3 luglio

Sessantuno percento. Da 1.073 a 320 punti dati obbligatori: una sforbiciata che ha il sapore di una scelta progettuale, non di un ritocco normativo. Lo scorso 3 luglio, la Commissione europea ha adottato l’atto delegato che riduce i datapoint obbligatori degli ESRS di oltre il 60%, portando il totale complessivo – inclusi quelli volontari – a un calo superiore al 70%. Chi progetta, installa o gestisce impianti di energia pulita sa che ogni punto dati in meno significa ore di rendicontazione risparmiate: la Commissione stima un risparmio cumulativo, includendo gli effetti sulla catena del valore, di circa 4,7 miliardi di euro tra il 2027 e il 2031. Ma una sforbiciata così netta non è solo una semplificazione: è un nuovo perimetro. E il perimetro, questa volta, ha confini molto precisi.

L’architettura del 61%: dentro la macchina degli ESRS

Il percorso che ha portato a questo taglio parte da lontano, precisamente dal 2 dicembre 2025, quando l’EFRAG ha presentato alla Commissione il proprio parere tecnico sugli standard rivisti. La direttiva Omnibus I – pubblicata il 26 febbraio 2026 ed entrata in vigore lo scorso 18 marzo – aveva imposto una semplificazione degli ESRS entro il 18 settembre 2026. La Commissione ha risposto con un’operazione chirurgica: i punti dati obbligatori passano da circa 1.073 a 320. In termini percentuali, significa un -61% secco. Se si guarda al totale dei datapoint, compresi quelli volontari che vengono eliminati, la riduzione tocca il 70%.

La consultazione pubblica “Have Your Say”, svoltasi tra il 6 maggio e il 3 giugno 2026, ha raccolto 453 risposte: un segnale che il tema tocca nervi scoperti in molti settori. Per chi opera nell’energia pulita, la semplificazione significa poter concentrare le risorse sulla sostanza degli impatti ambientali – emissioni di CO₂ per kilowattora prodotto, consumi idrici, tassi di riciclabilità dei componenti – senza disperdersi in centinaia di campi la cui materialità era spesso marginale. Resta però una domanda: chi, esattamente, dovrà compilare questi 320 punti dati?

La soglia dei mille: il compromesso che ridisegna il campo

La risposta è in un numero: 1.000 dipendenti e 450 milioni di euro di fatturato netto. Omnibus I restringe l’ambito di applicazione del CSRD alle imprese che superano entrambe queste soglie. È il compromesso strutturale della semplificazione: si alleggerisce la rendicontazione per le grandi imprese, ma si esclude una fascia ampia di aziende medio-grandi che fino a ieri rientravano nel perimetro. Per la filiera dell’energia pulita questo crea un doppio binario. Un produttore di inverter o un installatore di sistemi di accumulo con 800 dipendenti e 300 milioni di fatturato, ad esempio, non sarà più tenuto a redigere la reportistica ESRS. Potrà farlo volontariamente, certo, ma senza l’obbligo normativo.

Questo ha implicazioni concrete lungo la catena del valore. Chi sta a monte – un produttore di moduli fotovoltaici da 2.000 dipendenti – continuerà a dover rendicontare i propri impatti, ma potrebbe trovarsi con meno dati dai fornitori di secondo livello, che ora escono dall’obbligo. Il risultato è un alleggerimento reale per chi sta sotto la soglia, ma anche un potenziale vuoto informativo per chi sta sopra e deve comunque dimostrare la materialità degli impatti a monte e a valle. La sforbiciata, insomma, taglia rami ma lascia scoperti alcuni snodi della filiera.

Doppia materialità e allineamento globale: il punto vero

Per chi è dentro il perimetro, però, la partita non si gioca solo in Europa. Il lavoro di allineamento tra EFRAG e International Sustainability Standards Board (ISSB) fornisce le basi per evitare la doppia rendicontazione: le aziende che applicano sia gli standard europei sia quelli globali possono contare su una guida che illustra l’alto livello di interoperabilità raggiunto. In altre parole, un’impresa con impianti in Europa e in mercati extra-UE non dovrà compilare due report separati con logiche divergenti.

La doppia materialità – il principio che obbliga a rendicontare sia l’impatto dell’azienda sull’ambiente e sulla società, sia i rischi finanziari che ambiente e società generano sull’azienda – non è stata scalfita dalla semplificazione. E i numeri le danno ragione: già nel novembre 2024, metà delle aziende del gruppo G250 utilizzava la doppia materialità, e quasi quattro quinti delle G250 e N100 impiegavano valutazioni di materialità. L’Europa, con gli ESRS rivisti, non si sta allineando a un’avanguardia solitaria: sta convergendo verso una pratica già adottata dalla maggioranza dei grandi player globali, mentre riduce il carico burocratico.

Per chi installa e gestisce impianti puliti – dal parco eolico onshore all’impianto agrivoltaico – la semplificazione è un’occasione per concentrare l’attenzione sui dati che contano: kilowattora prodotti, tonnellate di CO₂ equivalente evitate, consumo di suolo, tassi di ripristino a fine vita. Ma attenzione ai confini: sotto i mille dipendenti l’ESRS non arriva, e chi cerca capitali sui mercati globali dovrà comunque dimostrare materialità a doppio senso, perché gli investitori la pretendono anche dove la norma non la impone.