L’iniziativa punta a cento impianti solari con accumulo in tre anni, senza costi iniziali per i clienti
Dal febbraio 2022, il 70 per cento della capacità termoelettrica ucraina è stato danneggiato, distrutto o sequestrato. Una cifra che da sola racconta la guerra come un tappeto di macerie energetiche, con i blackout entrati nel quotidiano di milioni di persone. Eppure ieri, 26 giugno 2026, mentre le sirene aeree scandivano un’altra notte, DTEK e Octopus Energy hanno lanciato Project RISE, un’iniziativa che non cerca di riparare le vecchie centrali ma di renderle irrilevanti, sostituendo la logica delle grandi reti centralizzate con pannelli solari e batterie distribuite.
Dai bombardamenti alle batterie: la scommessa di Project RISE
Project RISE – Resilient Independent Solar Energy – mette sul piatto tre numeri altrettanto ambiziosi: cento impianti solari con accumulo a batteria in tre anni, cento milioni di euro di finanziamenti da raccogliere e l’obiettivo dichiarato di stabilizzare una rete messa in ginocchio. La joint venture installerà le apparecchiature presso imprese ed enti pubblici e promette ai clienti un modello senza costi iniziali: niente anticipo, niente canone di affitto, la proprietà dei pannelli e delle batterie passa al cliente dopo dieci anni. Sul piano tecnologico, il sistema sarà governato da Kraken, il sistema di gestione delle batterie di Octopus, con la funzione di ridurre le bollette tagliando i consumi nelle ore di punta e restituendo alla rete l’energia in eccesso.
Ma la fredda aritmetica dei target racconta solo metà della storia. Cento progetti in tre anni – ammesso che in tempo di guerra si possa davvero procedere a quel ritmo – somigliano più a una rotta tracciata sulla lavagna di un investitore che a una risposta immediata per chi oggi, in ospedali e fabbriche, conta su generatori diesel per non fermarsi. E i cento milioni di euro andranno raccolti in un contesto in cui i costi di finanziamento in Ucraina restano proibitivi, come ricorda la stessa nota con cui l’iniziativa è stata presentata. Project RISE, insomma, scommette sulla transizione energetica, ma lo fa mentre lo scenario bellico non concede tregua. Dietro la sigla, però, c’è una scelta di campo industriale che merita uno sguardo più ravvicinato.
Akhmetov e Jackson: l’industriale dell’acciaio e lo startupper green
La firma unisce due galassie che raramente si toccano. Da una parte c’è DTEK, nata nel 2005 dalle mani di Rinat Akhmetov, magnate dell’acciaio e dell’energia tradizionale, nonché il più grande investitore privato nel settore energetico ucraino. Dall’altra c’è Octopus Energy, fondata a Londra nel 2015 da Greg Jackson con la spinta del gruppo di asset management Octopus, diventata oggi il maggior fornitore di energia del Regno Unito con 14 milioni di conti clienti e un modello tutto digitale, costruito sulla relazione diretta con l’utente. Un gigante del carbone e dell’acciaio, riconvertitosi negli anni nelle rinnovabili, e un campione della disruption: la joint venture non è scontata, ed è proprio questo accostamento a suggerire che la nuova energia ucraina proverà a nascere dalla fusione tra capitalismo pesante e pragmatismo da startup.
Ucraina, laboratorio della resilienza?
I numeri sono meno astratti quando si guarda a cosa Project RISE significa per chi in Ucraina accende la luce ogni giorno incrociando le dita. Il modello «no upfront cost» rimuove la barriera di ingresso per imprese piccole e medie, servizi pubblici e strutture sanitarie che non avrebbero margine per investire in autoconsumo. Dopo dieci anni diventano proprietari: una scadenza lunga, certo, ma che sposta la logica dalla dipendenza dalla rete nazionale a una parziale autonomia locale, con la possibilità di rivendere energia quando la produzione supera il fabbisogno. Tecnologia come Kraken dovrebbe fare il resto, smussando i picchi di domanda e trasformando ogni sito in un micro-stabilizzatore.
La domanda però è un’altra, ed è la stessa che Octopus Energy si pone con una franchezza insolita per una presentazione corporate. Mentre i player tradizionali guardano all’Ucraina e vedono un rischio insostenibile, l’azienda di Greg Jackson ribalta la prospettiva: sostiene di vedere un paese che sta costruendo il sistema energetico più resiliente e lungimirante del pianeta. Il solare distribuito e le batterie vengono presentati come «lo scudo definitivo contro gli attacchi alle infrastrutture», perché non si può mettere fuori uso una rete quando ogni tetto è la sua propria centrale. È un’immagine potente, quasi un manifesto. Ma la guerra che ha cancellato il 70 per cento della capacità termoelettrica colpisce ripetutamente proprio le reti elettriche, le cabine di trasformazione e le dorsali di distribuzione. Un impianto su un tetto produce elettricità, ma ha bisogno di essere connesso per venderla, per ricevere manutenzione, per rimanere parte di un sistema integrato che non si accartoccia alla prima bomba.
E allora la scommessa di Project RISE finisce per assomigliare a una prova di stress reale, più che a una campagna di installazione. Cento progetti, se realizzati, dimostrerebbero che un modello distribuito può sopravvivere anche in un teatro di guerra. Ma il salto dal prototipo alla protezione diffusa è tutto da misurare, con le cifre ancora da raccogliere e i cieli d’Ucraina tutt’altro che sgombri. Mentre i primi inverter si accendono, la domanda resta sospesa tra un allarme antiaereo e il prossimo vertice del G7: può un sistema di pannelli e batterie resistere davvero a un conflitto che prende di mira proprio le reti di distribuzione?




