L’80% degli impianti fotovoltaici residenziali include batterie, ma i ritardi normativi ne bloccano l’uso per la rete
Ottanta impianti su cento. Nel 2025, chi ha montato pannelli sul tetto di casa in Italia, nell’80% dei casi ha messo anche una batteria. Non è un’opzione, non è una scelta di efficienza spinta da chissà quale consapevolezza energetica: è l’effetto meccanico di un obbligo normativo. Il Superbonus, con il suo meccanismo di detrazione, ha reso di fatto il fotovoltaico residenziale un sistema PV-plus-storage: l’abbinamento con l’accumulo è diventato la condizione per accedere all’incentivo, come documenta l’analisi pubblicata da pv magazine nei giorni scorsi. Il risultato è un mercato dello storage in forte espansione, con il segmento residenziale trainato dall’eco-bonus, una detrazione IRPEF che ha funzionato da volano. Ma questa capacità, già enorme, è oggi isolata dalla rete.
18 GW al palo: il paradosso di un tesoro inutilizzato
Il dato complessivo è di quelli che fanno sobbalzare sulla sedia qualsiasi operatore di rete: l’Italia ha già costruito una base di accumulo distribuito stimata in circa 18 GW di capacità installata. Diciotto gigawatt di batterie sparpagliate in cantine, garage e locali tecnici di abitazioni private, una potenza che basterebbe a coprire i picchi di domanda di un’intera nazione media. Eppure, quella potenza è per lo più muta rispetto alla rete. I ritardi normativi impediscono di utilizzarla pienamente per i servizi di flessibilità: non può partecipare ai mercati di bilanciamento, non può offrire riserva, non può rispondere ai segnali di Terna. Il paradosso è tecnico e regolatorio insieme: abbiamo cablato il Paese con una capacità di storage che farebbe invidia a qualunque grid operator europeo, ma non abbiamo ancora scritto le regole per farla dialogare con la rete.
Il nodo è normativo. Per aggregare queste batterie e offrire servizi di flessibilità serve un quadro regolatorio che definisca ruoli, responsabilità e meccanismi di remunerazione per le unità di accumulo distribuito. Serve che e-distribuzione e gli altri gestori di rete possano vedere, validare e comandare quella capacità senza scavallare su vincoli di privacy e proprietà. Servono piattaforme di aggregazione che oggi esistono solo in via sperimentale. E mentre la macchina legislativa arranca, le batterie restano lì: lavorano per massimizzare l’autoconsumo della singola abitazione – funzione nobile ma limitata – quando potrebbero assorbire gli eccessi di produzione rinnovabile su scala di quartiere o provincia. Entro il 2030, l’Italia avrà circa 50 GWh di accumulo autonomo su larga scala, un volume che renderà ancora più stridente il contrasto tra capacità installata e capacità utilizzabile.
C&I: il grande assente e la lezione per l’installatore
Mentre il residenziale aspetta, il commerciale e industriale arranca: nel segmento C&I l’adozione di accumulo è quasi nulla, con circa 300 MW installati all’anno e dinamiche di stop-and-go che azzoppano qualsiasi pianificazione. Le aziende non hanno avuto un Superbonus che imponesse l’abbinamento, e senza un chiaro ritorno economico garantito da mercati della flessibilità accessibili, la batteria resta un costo difficile da giustificare in sede di bilancio. Eppure è proprio nel C&I che si concentrano i profili di carico più interessanti per i servizi di rete: fabbriche, centri logistici, edifici direzionali con picchi di assorbimento prevedibili e margini di modulazione ampi. Il mercato residenziale italiano viaggia con un tasso di abbinamento dell’80%, un dato che all’estero guardano con invidia; ma se il C&I non segue, il sistema Paese perde l’altra metà della flessibilità possibile.
La lezione per chi installa e gestisce è brutale: oggi si vendono batterie, domani si dovranno vendere servizi. E i servizi hanno bisogno di regole certe per essere valorizzati. L’Italia ha già fatto il pieno di batterie. Ora deve decidere se restare un gigante dormiente o diventare il campione europeo della flessibilità: la differenza non la farà la tecnologia, che è già nei nostri scantinati, ma la capacità di scrivere norme all’altezza della transizione che abbiamo costruito.




