Nella Louisiana dei miliardi hanno firmato 50 NDA

Nella Louisiana dei miliardi hanno firmato 50 NDA

In Louisiana 50 funzionari hanno firmato accordi di riservatezza dopo l’arrivo del nuovo governatore

Cinque anni fa, in Louisiana, un funzionario eletto poteva discutere pubblicamente di uno stabilimento industriale in arrivo, di un nuovo data center, di un progetto da centinaia di milioni di dollari senza timori legali. Poi qualcosa è cambiato. Da quando il governatore repubblicano Jeff Landry è entrato in carica, «almeno 50 funzionari pubblici hanno firmato un NDA» con Louisiana Economic Development, l’agenzia statale per lo sviluppo economico: lo ha documentato un’inchiesta della radio pubblica WWNO lo scorso marzo. Negli ultimi quattro anni dell’amministrazione precedente, guidata dal democratico John Bel Edwards, non era mai successo. «Nemmeno un singolo funzionario eletto», scriveva WWNO. Il dato è sorprendente per la sua nettezza: due governatori, due filosofie opposte sulla trasparenza. E solleva una domanda inevitabile: cosa è successo, in Louisiana, da rendere necessaria una tale coltre di silenzio?

Un’esplosione di miliardi, e di clausole di segretezza

La risposta, almeno in parte, sta nei numeri che lo stesso entourage di Landry sventola con orgoglio. In due anni e mezzo, stando ai dati diffusi dall’amministrazione, la Louisiana ha assicurato complessivamente 90 miliardi di dollari in investimenti di capitale e quasi 80.000 nuove opportunità di lavoro. Il 2025, in particolare, ha segnato un’accelerazione senza precedenti: più di 61 miliardi di dollari in nuovi investimenti e 9.500 posti di lavoro diretti annunciati, il più grande anno di investimenti di capitale nella storia dello Stato, come riportato sul sito di Louisiana Economic Development. Cifre che, prese da sole, raccontano un miracolo economico. Il problema, come sempre, è capire cosa quelle cifre non raccontano – e a quale prezzo.

I 50 NDA firmati da consiglieri comunali, presidenti di parrocchia, rappresentanti statali non sono un dettaglio procedurale. Sono il sintomo di una trattativa che si è spostata fuori dalla vista pubblica. Un conto è la riservatezza commerciale durante la fase di negoziazione, pratica comune ovunque; un altro è mettere la museruola a chi dovrebbe rappresentare i cittadini che quelle fabbriche e quei data center se li troveranno nel cortile di casa. Il contrasto con l’era Edwards è istruttivo: prima del 2024 la trasparenza era la regola; oggi la regola è il silenzio, rotto soltanto quando l’accordo è già chiuso e non c’è più margine per discuterne i termini.

Il lato invisibile dei data center: elettricità, acqua e rumore

Dietro la retorica dei miliardi, c’è un capitolo meno scintillante che riguarda la natura stessa di molti degli investimenti annunciati. La Louisiana sta diventando una destinazione privilegiata per i data center, quelle enormi strutture simili a capannoni che alimentano cloud computing, intelligenza artificiale e servizi di streaming. E i data center, ha osservato WWNO, sono «famosi per il loro appetito di elettricità e acqua, e per portare rumore, inquinamento e impatti da costruzione pesante nei quartieri dove vengono costruiti». Ogni volta che si annuncia un campus da miliardi di dollari, si annuncia anche un carico aggiuntivo su una rete elettrica che dovrà reggerlo, su falde acquifere che dovranno raffreddarlo, su comunità che dovranno convivere con cantieri e rumore di fondo per anni.

Non tutte le aziende affrontano il problema allo stesso modo. Amazon, che lo scorso anno ha annunciato un investimento da 12 miliardi di dollari per nuovi campus in Louisiana, ha scelto una strada che lo stesso Sierra Club considera un punto di riferimento: ha lavorato con la utility locale, Southwestern Electric Power Company, «per garantire di pagare il 100% dei costi associati al nostro nuovo campus di data center in Louisiana». Lo ha dichiarato l’azienda stessa in una nota ufficiale, precisando che l’accordo «include la copertura di tutte le spese per le nuove infrastrutture energetiche e gli aggiornamenti necessari per servire i data center, il che rafforza anche l’affidabilità complessiva della rete per tutti i clienti SWEPCO». Tradotto: Amazon paga per intero il conto delle infrastrutture che servono a sé stessa, e nel farlo rende la rete più stabile anche per gli altri. Un modello che ha una sua logica elementare: chi consuma di più, contribuisce di più.

Ma la domanda politica è: quanti altri colossi tecnologici seguiranno volontariamente questa strada? L’accordo Amazon-SWEPCO è un’eccezione virtuosa, non la regola. Meta, per esempio, ha già annunciato un proprio data center in Louisiana, e secondo quanto trapela non sta applicando lo stesso principio del pagamento integrale dei costi. Il governatore Landry ha fatto dichiarazioni generiche sul «finanziamento completo» dell’espansione della rete, ma senza tradurle in obblighi vincolanti. E qui si torna al nodo degli NDA: se gli accordi vengono negoziati in segreto, come fa un consigliere di parrocchia a sapere se la multinazionale di turno sta pagando la sua parte fino all’ultimo dollaro, o se il conto – in tutto o in parte – verrà girato ai contribuenti e agli utenti della rete?

La provocazione del Sierra Club: regole, non buone intenzioni

È su questo crinale che si inserisce la richiesta del Sierra Club, formalizzata in una nota ripresa ieri da CleanTechnica. L’associazione ambientalista non si limita a chiedere più trasparenza: pone due condizioni precise per qualsiasi nuovo data center. La prima è che siano obbligati a pagare il 100% dei costi infrastrutturali, senza eccezioni e senza accordi al ribasso. La seconda è che vengano alimentati in misura significativa da energia eolica e solare, «per evitare costi elevati del carburante, spreco di acqua da fonti fossili e inquinamento ambientale».

Non si tratta di una posizione negoziabile: è una linea rossa. La logica del Sierra Club è che se lo Stato non impone questi standard per legge, ogni accordo resta in balia della buona volontà delle singole aziende. E l’esempio di Amazon dimostra che alcune aziende possono fare la cosa giusta; quello di Meta suggerisce che altre potrebbero non farla. La domanda che resta aperta, al momento senza risposta, è se la Louisiana di Landry sceglierà di codificare questi paletti in regole permanenti, oppure se continuerà a trattare al buio, sperando che tutti i protagonisti siano buoni come il migliore della classe.

Nei prossimi mesi andranno osservati con attenzione i contratti di fornitura e le concessioni che accompagneranno i nuovi annunci di investimento. Se l’obbligo di copertura integrale dei costi energetici non diventerà uno standard vincolante, il rischio concreto è che la bolletta – quella energetica e quella ambientale – resti nascosta insieme agli NDA. E i 90 miliardi di dollari sbandierati come un successo rischiano di raccontare soltanto metà della storia.

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