L’Italia ha più energy manager, ma pochi nei comuni

L'Italia ha più energy manager, ma pochi nei comuni

Il 12% di donne e il 7% di under 35 rivelano un corpo tecnico poco attrattivo per i giovani

Nel 2025 l’Italia ha toccato quota 2.594 energy manager nominati, il numero più alto degli ultimi vent’anni. Leggendo il dato al rialzo si potrebbe pensare a un sistema che finalmente ingrana. Ma basta scorrere le tabelle per accorgersi che il cruscotto segnala un’anomalia: solo 50 comuni capoluogo su 109 ne hanno uno. Dieci regioni su venti restano scoperte. E appena il 12% di questi professionisti è donna. Dietro la cifra-record si nasconde un corpo tecnico dalla presenza incerta proprio dove servirebbe di più: negli enti pubblici e tra le nuove generazioni.

La spinta tecnica: perché le certificazioni contano

Il dato che colpisce, scavando sotto la superficie delle nomine, è l’aumento dei professionisti in possesso di una certificazione formale. Lo scorso anno i soggetti nominati e certificati sono saliti a 490, con un incremento del 9% rispetto al 2024. Non è un dettaglio burocratico: la certificazione – tipicamente legata allo standard ISO 50001 o ai percorsi di accreditamento come Esperto in Gestione dell’Energia (EGE) – indica che l’energy manager non si limita a esistere sulla carta, ma possiede competenze verificabili in materia di diagnosi, monitoraggio e ottimizzazione dei consumi. In uno scenario dove le diagnosi energetiche obbligatorie per le grandi imprese e i meccanismi di incentivazione (come i certificati bianchi) richiedono firme qualificate, la differenza tra un incaricato nominale e un professionista certificato si misura in kilowattora reali.

Questa impennata della richiesta di energy manager non è casuale. Il motore normativo che spinge da qualche anno è la Direttiva (UE) 2023/1791, adottata il 13 settembre 2023, che ha rivisto al rialzo gli obblighi di efficienza energetica per gli Stati membri. La direttiva rafforza il ruolo delle figure tecniche dedicate alla gestione dell’energia all’interno delle organizzazioni pubbliche e private, agganciando la riduzione dei consumi a target vincolanti. In Italia, dove già la legge 10 del 1991 aveva introdotto la figura dell’energy manager, l’impulso europeo sta producendo un effetto di stratificazione: da un lato crescono le nomine obbligatorie (soggetti che per legge devono designare un responsabile, come i grandi consumatori di energia), dall’altro aumentano anche quelle volontarie. Nel 2025 le nomine volontarie sono state 829, circa un terzo del totale. Un segnale che qualcosa si muove anche fuori dal perimetro degli obblighi. Eppure, siamo ancora lontani da una diffusione sistemica.

Il paradosso dei comuni e il soffitto di vetro

Nel 2024 l’Italia aveva già registrato un incremento, con 2.571 energy manager nominati e una crescita del 4% rispetto al 2020. Ma è il 2025 a offrire la fotografia più nitida delle fratture. Il settore pubblico locale, che gestisce il patrimonio edilizio più energivoro del Paese (scuole, uffici, palazzetti, illuminazione pubblica), resta un deserto tecnico. Meno della metà dei comuni capoluogo ha nominato un energy manager. Significa che in 59 città capoluogo non c’è un tecnico formalmente incaricato di tenere sotto controllo i consumi energetici dell’ente, di redigere un piano di efficientamento o anche solo di verificare le bollette con criteri industriali. Lo stesso vale per dieci regioni, che pur avendo competenze su trasporti, sanità ed edilizia residenziale pubblica, non hanno ritenuto necessario dotarsi di questa figura.

Poi c’è la questione anagrafica e di genere. Gli under 35 rappresentano appena il 7% del totale, un numero così basso da far pensare che la professione fatichi a parlare ai neolaureati in ingegneria e architettura. Le donne sono il 12%: 222 su circa 2.600. Non si tratta di quote rosa, ma di un indicatore di attrattività. Se una figura professionale emergente, legata alla transizione energetica – uno dei settori su cui l’Europa investe di più – non intercetta giovani e non sfonda il soffitto di vetro di genere, il rischio è di costruire un corpo tecnico sottodimensionato rispetto alla domanda che verrà. La legge 10 del 1991 esiste da trentacinque anni. Cosa ha impedito finora ai comuni di applicarla con continuità? Le risposte possibili sono tre: la carenza di fondi dedicati nei bilanci comunali, la mancanza di un obbligo stringente con sanzioni efficaci, e una sottovalutazione culturale del risparmio energetico come leva di bilancio.

Dal 1991 al 2026: il futuro dell’energy manager

La figura dell’energy manager è nata in Italia con la legge 10 del 1991, che ne ha stabilito l’obbligo per i soggetti con consumi superiori a determinate soglie. Fin dall’inizio, l’idea era di creare una rete di tecnici capaci di presidiare i flussi energetici come si presidia un bilancio finanziario. Nel tempo, però, la norma ha funzionato a corrente alternata: ampia adesione tra le imprese energivore, disinteresse quasi totale nella pubblica amministrazione. La Direttiva (UE) 2023/1791 ha rimesso ordine nelle priorità, agganciando la gestione dell’energia a obiettivi climatici vincolanti. Ma una direttiva europea, per quanto ben scritta, non si traduce automaticamente in assunzioni nei municipi o in percorsi di certificazione accessibili.

Guardando al 2026, la domanda aperta è se i comuni colmeranno il divario accumulato. Le risorse ci sarebbero: il PNRR e i fondi di coesione prevedono linee specifiche per l’assistenza tecnica agli enti locali in materia di energia. Ma senza un energy manager interno, anche la capacità di spendere quei fondi – progettando interventi, seguendo i cantieri, verificando i risultati – resta limitata. Il record di nomine del 2025 è un segnale utile, ma la vera transizione energetica passa per la presenza quotidiana di competenze tecniche nei municipi, non solo nei consigli di amministrazione delle grandi aziende. E per riuscirci servono più donne e più giovani disposti a giocare questa partita.

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